La cultura della scarpa

Pochi capi d’abbigliamento hanno dato filo da torcere a psicologi e sociologi e semiologi come la scarpa. Nata dall’esigenza di proteggere il piede contro le asperità del suolo (il vocabolo italiano deriva dal germanico skarpa, tasca o sacca di pelle, connesso alla radice indoeuropea sku o ku, coprire), la scarpa si carica ben presto di valori simbolici, a cominciare da qui da quello sessuale.

Che fosse un simbolo fallico – ma questo è uno dei tanti esempi – ben lo provarono quei damerini che nel XII secolo lanciarono la moda della poulaine, dando luogo alla più lunga e stravagante ondata di  follia nella storia della calzatura maschile: una scarpa bassa , o risalente a stivale di seta , velluto o cuoio, che proseguiva , in corrispondenza dell’alluce , con una lunga punta imbottita di crine per tenerla rigida e spesso ricurva verso l’alto con un campanellino in cima.

Come simbolo di potere e di censo, la scarpa si afferma fin dalla più remota antichità. In Egitto, i faraoni venivano rappresentati scalzi, seguiti da un servitore con il compito di reggere i sandali del sovrano, segno del suo potere assoluto.

A Roma, il calceus è riservato a patrizi e uomini di toga.
Nel Medioevo le scarpe entrano come eredità nei lasciti testamentari.

Gran parte del fascino di una scarpa maschile, fatta per durare, è infatti legata alla pelle con cui è fabbricata. Morbida e resistente al tatto, la sua superficie fa pensare alla seta, e più invecchia più diventa bella.

E’ nell’Ottocento che essa si avvia ad assumere i connotati che ha tuttora. Spazzati dall’onda della rivoluzione francese tacchi alti, fibbie e lustrini, diventa un oggetto di sobria eleganza, solido e sicuro. L’attenzione si appunta sulla costruzione, sui pellami sempre più preziosi, sui dettagli sempre più raffinati. Se i poveri portano zoccoli di legno, o scarpacce che hanno visto molte risolature, i più ricchi ed i più snob commissionano le loro calzature a Londra, da dove arrivano, dopo mesi di attesa, accompagnate dal mitico corno di cervo per lucidarle. La scarpa si trasforma così in un investimento, un bene da conservare e come tale può passare da padre in figlio. All’inizio del nostro secolo, Bond Street si vede contendere la palma da decine di valenti artigiani-artisti Italiani.

La grande trasformazione industriale ha fatto del nostro paese uno dei maggiori produttori di scarpe al mondo.

L’industrializzazione più agguerrita, la tecnologia più avanzata non sono riuscite a sostituire quella forte componente di manualità necessaria per costruire una scarpa di alta qualità. In tutta la produzione, soprattutto di lusso, gli interventi manuali sono tanto numerosi da far parlare sempre di scarpa semi-artigianale; e sono forse queste le ragioni del successo del made in Italy in tutti i mercati stranieri.

Nonostante l’inevitabile avanzata del prodotto industriale, la scarpa artigianale italiana continua ad avere cultori ed ammiratori, perché in una bottega artigiana l’uomo elegante avrà la garanzia di veder realizzati suoi sogni di perfezione.

Questo è il luogo per eccellenza dove la creatività e pazienza, il gusto e l’abilità si contendono una grande partita, il cui risultato è la testimonianza e la continuazione di una tradizione che ha reso celebre in tutto il mondo l’ars sutoria italiana.

La costruzione di una scarpa è quella che esige il maggior numero di ore di lavorazione: circa trentatré contro le nove impiegate per una camicia.
E’ stato calcolato che sono circa duecento le operazioni che si compiono dal momento in cui si scelgono le pelli a quello in cui, accuratamente avvolte in un foglio di carta, le scarpe vengono deposte in una scatola.

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